Appunti di Viaggio

Settembre 8, 2008

Haka (Muriel Barbery)

Archiviato in: Appunti — emmedi @ 1:09 am
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Quando i giocatori neozelandesi hanno cominciato il loro haka, ho capito. Tra loro c’era un maori, alto e giovanissimo. Era stato lui ad attirare il mio sguardo fin da subito, all’inizio senz’altro per la sua altezza, ma poi per il suo modo di muoversi. Un movimento stranissimo, molto fluido, ma soprattutto molto concentrato, intendo concentrato se sè stesso. La maggior parte della gente, quando si muove, beh, si muove in funzione di ciò che ha intorno. Proprio in questo momento, mentre sto scrivendo, c’è Constitution che passa strusciando la pancia per terra. Questa gatta non ha alcun progetto di vita concreto, eppure si dirige verso qualcosa, una poltrona probabilmente. E lo si vede dal modo in cui si muove: le va verso. Ecco la mamma che passa avviandosi alla porta, esce a fare spese e di fatto è già fuori, il suo movimento si anticipa da sè. Non so bene come spiegare, ma durante lo spostamento il movimento verso in qualche modo ci disgrega: siamo qui e allo stesso tempo non siamo qui perchè stiamo già andando altrove, non so se rendo l’idea. Per smettere di disgregarsi bisogna stare fermi. O ti muovi e non sei più intero, o sei intero e non ti puoi muovere. Ma quel giocatore, appena l’ho visto entrare in campo, ho sentito subito che era diverso: la sensazione di vederlo muoversi, proprio così, pur restando fermo. Assurdo, vero? Quando è cominciato l’haka ho guardato soprattutto lui. Si vedeva che non era come gli altri. Infatti Cassoulet n° 1 ha detto <<E Somu, il temibile trequarti neozelandese, sempre molto impressionante con quel fisico da colosso; due metri e sette centimetri, centodiciotto chili, cento metri in undici secondi. Un bel bambino, signora!>>. Tutti erano ipnotizzati da lui, ma sembrava che nessuno capisse esattamente perchè. Eppure è risultato subito chiaro durante l’haka: lui si muoveva, faceva le stesse mosse degli altri (battere il palmo delle mani sulle cosce, pestare per terra a ritmo, toccarsi i gomiti, il tutto guardando l’avversario davanti con un’aria da guerriero nervoso), ma mentre i gesti degli altri andavano verso gli avversari e verso tutto lo stadio che li guardava, i gesti di questo giocatore rimanevano in lui, rimanevano concentrati su di sè, e questo gli dava una presenza, un’intensità incredibili. E così l’haka, che è un canto guerriero, si caricava di una potenza straordinaria. La forza di un soldato non sta nell’energia che impiega per intimidire l’avversario inviando un mucchio di segnali, ma nella capacità di concentrare in sè la forza focalizzandosi su sè stesso. Il giocatore maori si trasformava in un albero, una quercia enorme, indistruttibile, con radici profonde, un irraggiamento potente, e tutti lo sentivano. Eppure avevamo la certezza che la grande quercia avrebbe anche potuto volare, che sarebbe stata veloce come il vento, malgrado o grazie alle sue profonde radici.

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