Appunti di Viaggio

Gennaio 29, 2008

George Gray (Edgar Lee Masters)

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I HAVE studied many times
The marble which was chiseled for me—
A boat with a furled sail at rest in a harbor.
In truth it pictures not my destination
But my life.
For love was offered me and I shrank from its disillusionment;
Sorrow knocked at my door, but I was afraid;
Ambition called to me, but I dreaded the chances.
Yet all the while I hungered for meaning in my life.
And now I know that we must lift the sail
And catch the winds of destiny
Wherever they drive the boat.
To put meaning in one’s life may end in madness,
But life without meaning is the torture
Of restlessness and vague desire—
It is a boat longing for the sea and yet afraid.

Molte volte ho osservato
Il marmo che hanno scolpito per me
Un vascello con la vela ammainata alla fonda in un porto.
In verità ciò non rappresenta la mia destinazione
Ma la mia vita.
Perché mi fu offerto l’amore e io fuggii i suoi disinganni;
Il dolore bussò alla mia porta, ma ebbi paura;
Mi chiamò l’ambizione, ma le opportunità mi hanno terrorizzato.
Eppure desidero di dare un significato alla mia vita.
E ora io so che bisogna alzare le vele
E prendere i venti del destino
Dovunque conducano il vascello.
Dare il significato alla propria vita può finire in follia,
Ma la vita senza significato è la tortura
senza requie e vago desiderio.
E’ un vascello che anela al mare e ne ha paura.

Gennaio 25, 2008

Gli ignavi (Dante Alighieri)

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Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira
,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo
.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa
“.

Gennaio 22, 2008

Paradise Lost (Milton)

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[...]
“Is this the region, this the soil, the clime,”
Said then the lost Archangel, “this the seat
That we must change for Heaven?—this mournful gloom
For that celestial light? Be it so, since he
Who now is sovereign can dispose and bid
What shall be right
: farthest from him is best
Whom reason hath equalled, force hath made supreme
Above his equals. Farewell, happy fields,
Where joy for ever dwells! Hail, horrors! hail,
Infernal world! and thou, profoundest Hell,
Receive thy new possessor—one who brings
A mind not to be changed by place or time.
The mind is its own place, and in itself
Can make a Heaven of Hell, a Hell of Heaven.
What matter where, if I be still the same,
And what I should be, all but less than he
Whom thunder hath made greater? Here at least
We shall be free; th’ Almighty hath not built
Here for his envy, will not drive us hence:
Here we may reign secure; and, in my choice,
To reign is worth ambition, though in Hell:
Better to reign in Hell than serve in Heaven.
But wherefore let we then our faithful friends,
Th’ associates and co-partners of our loss,
Lie thus astonished on th’ oblivious pool,
And call them not to share with us their part
In this unhappy mansion, or once more
With rallied arms to try what may be yet
Regained in Heaven, or what more lost in Hell?”
[...]


[...]
“E’ questa la regione, è questo il suolo, il clima”
disse allora l’Arcangelo perduto, questa è la sede
che ci tocca avere in cambio del cielo, questa triste oscurità
invece della luce celestiale? sia pure così, se colui
che ora è sovrano può dire e disporre
che cosa sia giusto; tanto meglio quanto più lontano da colui
che la ragione ha fatto uguale, la forza reso supremo
sui suoi uguali. Addio, campi felici
dove la gioia abita eterna! Salve orrori, salve
mondo infernale, e tu, profondissimo inferno,
accogli il nuovo possessore: uno la cui mente
non può mutare secondo tempi e luoghi.
La mente è luogo a se stessa, e in se stessa
Può fare dell’inferno un cielo, del cielo un inferno.
Che cosa importa dove, se sono sempre lo stesso,
e che altro dovrei essere, tutto meno che inferiore
a colui che il tuono ha reso più grande? Qui almeno
saremo liberi; l’Onnipotente non ha creato
questo luogo per invidiarcelo, e non ci caccerà di qui:
qui potremo regnare sicuri, e per mia scelta
regnare è degno di ambizione, anche se all’inferno:
meglio regnare all’inferno che servire in cielo.
Ma poiché lasciamo noi i nostri fedeli amici,
gli associati e partecipi della nostra sconfitta,
a giacere così attoniti sugli stagni dell’oblio,
e non li chiamiamo ad avere con noi la loro parte
in questa felice dimora, o a tentare ancora una volta
con armi riunite, quel che può essere ancora
riconquistato in cielo, o più ancora perduto nell’inferno?”
[...]

Gennaio 16, 2008

Libertà (Evelyne Beatrice Hall)

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I disapprove of what you say,

but

I will defend to the death your right to say it

Gennaio 6, 2008

Napoli (Erri De Luca)

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“[...] Non somigliava a niente la nostra città, vero? Era il pezzo di coccio con cui Giobbe si gratta la rogna, un frammento lavorato da un uso immondo e dalla santità. Se avessi detto questo allora mi avrebbero lapidato. Ora invece sento che va sulla bocca di tutti come un proverbio. Era solo una città del sud, una di quelle affacciate sul mare dove la gente è votata all’inerzia e all’azzardo e accetta lo spreco di morti violente. I colpi esplosi in terra si perdevano al largo ed erano solo un suono di sugheri stappati per chi stava in mare sulle barche. Il nero delle madri e delle vedove luccicava di lacrime nei cortei di mezzogiorno, come in tante altre città del Mediterraneo. Era una terra troppo spalancata e dai rilievi docili. Nessun conquistatore fu respinto davanti al suo golfo, ognuno di loro ebbe diritto d’essere acclamato. Quel fasto consumato in fretta e rovesciato dal successivo ha lasciato inteso che i poteri erano precari come l’intonaco che la salsedine sfalda. Ora avrebbe bisogno di silenzio, di non essere nominata.”

Gennaio 1, 2008

Natale (Ungaretti)

Archiviato in: Appunti — emmedi @ 1:54 pm
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Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

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